giovedì 8 marzo 2007

Odisseo e Penelope

Di mille detriti di concave navi,
il tuo mare salato o Laertiade;
di fili di tela la clessidra del tuo tempo,
sabbie di venti anni, o madre di Telemaco fedele braccio.

Dopo tanto sangue e dolore,
sul mare e nel cuore,
la lama nel sangue dei Proci lingue di serpe,
sotto l’arco corna tese
e l’asta bramosa di tuo figlio;
ahi, che ogni casa di carne e sangue!

E quel letto d’oca fra le fronde,
vivide dita di un alto tessere,
e suonino le cetre d’aedi,
il mare rese ciò che prese,
e quel falegname partecipe di tanto amore.

Venti anni di fatiche in preda alla
bestia umana, e come la pioggia
partorisce dalla secca terra sterile
così, finalmente l’amore nutre
il cucciolo alieno dal latte.

Si ritorna a quei giochi,
quando d’anni ce ne erano pochi;
ciò che assolutamente era unito,
ora si riunisce, com’era filato.

Doni infiniti alla coppia,
che guarda al vecchio mare d’ulivi,
lì dove stanno le schiere piegate sul verde;
nuoterete in quel mare, vostre isole
le ginestre canterine di laetae aves.

Merula cantat, et volat
Inter venustas nubes,
amoris legatus ac pulcherrima natura,
laetitia ominis atque palpitatio cordis
est.

Laeta vita ardua est eritque,
sed non fere potest erat;
amor:
arcanum mundi et
res mira rei naturae
est.

1 commento:

Anonimo ha detto...

forse hai una visione dell'amore un pò cruda ama e capirai.