O, se preferite dei sogni
perso nelle tenebre di
un Novecento,
di scuole, drogati,
perversi becchini,
ospedale … paese,
buio, tenebroso di oscurità:
complessa architettura utopica,
che ora minima per il decoro,
ora sterminata per l’arte,
piccola, seppur lucente, nella notte …
nel bilancio che non
torna, gli ingegneri
cementificano il pinto pensiero,
di sillabe fatto, detto,
svelato, sputtanato!
E mirando il deforme palazzo,
che artefice lo chiama, in sé
fugge via da lei, committente
di ennesimo sogno …
sfatto, congelato, abbandonato.
In sé, su di un letto rivede
il pensiero suo la luce,
che,
per diletto affetto, si fa
nera
per l’eburneo suo merlo.
Valerio Marconi
giovedì 6 marzo 2008
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